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I PRODOTTI
Storia & Tradizioni dei prodotti tipici Siciliani

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La Casa del Dolce si sbizzarrisce producendo i suoi tipici dolci quali la Pignolata, il Torrone, Riso Nero, la Cutugnata, la Giaurrina, il classico Cannolo Siciliano la Frutta Martorana le Piparelle, le Ossa dei Morti oltre che i dolci di ricotta tipici del periodo Carnevalesco. Infatti il Carnevale è considerato la ricorrenza del popolo, il momento più pazzo dell’anno seguito da una fase religiosa penitenziale e purificatoria che si ricollega al latino "carnem levare", cioè al divieto di mangiare carne sin dal primo giorno di Quaresima.

Tale proibizione veniva però ampiamente "superata" nei cosiddetti giorni grassi, cioè dal giovedì al martedì che precede il mercoledì delle "Ceneri". Giorni tradizionalmente di false, intrighi, travestimenti e burle, insomma un periodo di spensieratezza dove tutto è consentito, senza spazio per i musoni, perché è il tempo per scherzare e chi non ci sta, secondo i proverbi, merita perfino di essere paragonato a un “maiale”. A questo tipo di manifestazioni non può mancare la parte dolciaria. E’qui che La Casa del Dolce si sbizzarrisce producendo i suoi tipici dolci di ricotta quali: fravioli, sfinci, cassate e cannoli, oltre alle famose chiacchiere, alla pignolata ciarlanesca guarnita con i coriandoli di pasta di mandorla e le torte.
LA PIGNOLATA

La PignolataE' un dolce delle due città dello stretto (Messina e Reggio Calabria) ampiamente diffuso nella Sicilia orientale e in tutta l'area calabrese. La pignolata era tradizionalmente tipica del periodo di carnevale, festa in cui i bambini aspettavano con ansia la sua distribuzione. Essa si presentava come un mucchietto di pigne di varie dimensioni ricoperte di glassa bianca al limone e scura al cioccolato e dall'odore di essenza di limone (o bergamotto) e cioccolato vanigliato.

La Pignolata glassata nasce nel periodo della dominazione spagnola, quando su commissione di famiglie nobili si rielaborò la precedente ricetta "povera" sostituendo la copertura con una dolcissima glassa aromatizzata al limone e al cacao. Questo dolce, secondo le ricette del passato, poteva anche essere composto da piccoli coni impastati, ricoperti con il miele e decorati con confettini colorati (napiteddhi)”. Oggi è il dolce caratteristico più apprezzato della zona messinese ed è prodotto tutto l’anno in grandi quantità per l'esportazione in Italia e all'estero.
IL TORRONE

TorroneLa città di Cremona rivendica il merito di aver inventato la ricetta del torrone, facendola risalire al banchetto nuziale tra Bianca Maria Visconti e Francesco Sforza nel 1441. Secondo tale versione, il dolce prenderebbe il nome dal Torrazzo, la torre campanaria che sovrasta la cattedrale della città. Secondo altri studi sembra che i romani conoscessero un dolce simile, citato da Terenzio Marrone il Reatino con il nome di Cuppedo: curiosamente cupeto è il nome con cui si indica ancora oggi il torrone in alcune zone dell’Italia meridionale. Infine, secondo una terza versione, il torrone sarebbe nato in Cina, patria delle mandorle, e portato in Occidente dagli arabi come variante di un loro dolce tipico, la cubbaita, a base di miele e sesamo. Il termine torrone deriverebbe quindi dallo spagnolo turron, di derivazione araba, che vorrebbe dire abbrustolito (dal verbo turrar, arrostire). La stessa derivazione parrebbe essere suggerita anche dal latino torrere, tostare. Non c'è festa popolare in Sicilia dove mancano i "turrunari". Il torrone, infatti, è diffuso in tutta l'isola. Originariamente era fatto con miele, mandorle e "giuggiulena", semi di sesamo lasciati dagli arabi a Siracusa. Sono molte le varietà dei torroni, i più noti di oggi sono quelli con mandorle e pistacchio, tradizionali a Paternò per la patrona S. Barbara, o ricoperti di cioccolata, molto diffusi a Piazza Armerina. Poi ci sono i torroni con nocciole e arachidi.
IL RISO NERO

Riso NeroIn Europa il riso fa la sua comparsa con Alessandro Magno, che lo introduce nel mediterraneo alla fine del IV° sec. a.C., dopo la conquista dell’India. Le popolazioni dei Greci e dei Romani lo usano a scopi terapeutici, mentre gli Arabi ne acclimatano la coltivazione e lo diffondono in Spagna e in Sicilia. Nel resto dell’Europa il riso viene considerato, per lungo tempo, un cibo esotico consumato durante le festività. Il risotto è il piatto dei pranzi di nozze: un segno di fecondità e abbondanza, il color oro dello zafferano è augurio di ricchezza, mentre lanciare i suoi chicchi agli sposi è un gesto di buon auspicio. La Sicilia è uno de primi luoghi in cui il riso fa la sua comparsa e la preparazione delle prime ricette risale al periodo di dominazione araba. I primi metodi di preparazione sono persino legati a trucchi e consigli provenienti dall’oriente. Ritroviamo, segno di questo, nel “Libro Novo nel qual si insegna…” del cuoco Cristofaro di Messisburgo (1557), nella parte: “A fare dieci piatti di riso alla ciciliana”.

Gli stessi “arancini” siciliani sono il miglioramento di un modo comune di mangiare del mondo arabo; essi, infatti, ripongono del riso lessato nella loro mano sinistra e vi inseriscono con l’altra dei pezzettini di carne portando il tutto alla bocca. Il dolce comune, insolito e squisito tipico del Natale messinese è proprio il “Riso Nero”, preparato con riso, mandorle abbrustolite e pestate nel mortaio fino a diventare oleose e filanti. La sua preparazione si tramanda di generazione in generazione per tradizione familiare secondo la metodica seguente: riso lessato nel latte, mescolato con cioccolata amara fusa, zucchero (anche a piacere, secondo il gusto) e le mandorle tostate e pestate. Si versa il composto in un piatto e lo si guarnisce con mandorle e cannella. Il Riso Nero tipico messinese trova la sua migliore espressione a Castroreale, uno dei più antichi borghi tipici medievali ed è da sempre anche un dolce votivo e tradizionale per la Madonna Nera del Santuario di Tindari. Le varianti prevedono diverse dosi degli ingredienti con l'aggiunta migliorativa di graniglia di mandorle tostate e canditi; altra versione vuole che la cioccolata, anziché fusa, venga aggiunta grattugiata. La Casa del Dolce, grazie all’abilità del suo pasticciere e fondatore, produce anche il gelato al Riso Nero, una vera delizia per il palato!
LA CUTUGNATA

TorroneCome tutte le conserve e le marmellate, la cutugnata è una conserva asciutta ottenuta con purea di mele cotogne preventivamente bollite con zucchero e fatte asciugare. Questo procedimento consente, quindi, al prodotto finale una lunga conservazione. La Casa del Dolce riesce a farne delle forme il cui colore ambrato è chiarissimo, quasi trasparente. La cotognata è una sana e buona soluzione per la prima colazione o la merenda dei bambini e degli adulti che la possono degustare anche come dessert con un buon vino o liquore e qualche biscotto.
LA GIAURRINA

La città di Barcellona Pozzo di Gotto il 20 di Gennaio, in occasione della Festa del Santo Patrono, S.Sebastiano, lega la sua storia a un dolce particolare che esprime al meglio la creatività della pasticceria locale e tradizionale: la “Giaurrina”. Essa, infatti, ha come unici ingredienti il miele e lo zucchero, componenti semplici e poveri che danno vita a un dolce antico e molto buono, quasi simile al caramello. Il procedimento di preparazione implica la bollitura di miele e zucchero in una pentola di rame fino a quando il composto non fila. Una volta tolto dalla pentola, il composto viene posto sopra un ripiano di marmo unto di olio e, non appena si raffredda, viene impastato con le mani appendendolo a un chiodo, dove viene stirato e rigirato fino a quando non diventa bianco e filante, poi viene tagliato a pezzetti e intrecciato. Tutti gli anni, La Casa del Dolce, in occasione della festa di S. Sebastiano, ricorda lodevolmente il Santo Patrono, producendo la giaurrina e rivendendola ai propri clienti che la degustano con particolare divertimento e simpatia.
IL CANNOLO


Cannoli SicilianiIl cannolo è la specialità più conosciuta della pasticceria siciliana. In passato veniva preparato durante il carnevale, ma ormai è diffuso tutto l'anno in Sicilia e nel resto d'Italia ed è anche ampiamente conosciuto all'estero. Esso è composto da una scorza (la cosiddetta "scorcia") di pasta fritta e un ripieno a base di ricotta. Per la scorza si formano piccoli dischi di pasta arrotolati su dei tubi di metallo e poi fritti, tradizionalmente nello strutto o nella sugna "a saimi", un grasso animale ricavato dal maiale, (alcuni usano persino l'olio d'oliva).

Appena le scorze si sono dorate, vengono estratte, fatte asciugare, freddare e vengono distaccate dai tubi con molta cura. Anticamente la pasta veniva arrotolata su piccoli cilindri ritagliati da canne che diedero il nome al dolce. La "canna" infatti, con la sua forma cilindrica, un tempo si usava per dare foggia alla cialda di questa delizia. Oggi l'industria dolciaria ha ricavato delle forme metalliche trapezoidali per ottenere la sagoma della buccia. La pasta viene avvolta diagonalmente intorno alla "canna" o a un cilindretto di legno o di metallo (acciaio) e viene chiusa pressando le due estremità. Il ripieno del cannolo era tradizionalmente di ricotta di pecora setacciata e zuccherata, ma oggi si usa anche la ricotta di mucca, la crema pasticciera o quella al cioccolato.

Cannoli SicilianiLa ricotta di pecora viene mescolata allo zucchero ottenendo una crema soffice alla quale si aggiungono, secondo le differenze locali, dei pezzi di cioccolato, di pistacchio, di granella di nocciola e di frutta candita. Completano l'opera del pasticciere la scorzetta d'arancia candita (la "cirasa") o il tondino d'arancia all'estremità e, per finire, una spolverata di zucchero a velo. I veri intenditori sanno e accettano solo cannoli riempiti al momento perché, con il passar del tempo, l'acqua contenuta nella ricotta viene assorbita dalla scorza facendole perdere la sua croccantezza. Allo scopo di ovviare a tale fenomeno, La Casa del Dolce spesso prepara del cioccolato fuso da far colare all'interno del cannolo in modo che non si impregni e rimanga croccante più a lungo. Sembra che l'odierno cannolo abbia antiche origini arabe, anche se nei secoli ha subito diverse trasformazioni. Il suo antenato sembra essere stato un dolce a forma di banana ripieno di ricotta, mandorle e zucchero o miele. Ogni anno, a Piana degli Albanesi, è dedicata una sagra che si svolge nel periodo di carnevale, durante la quale vengono offerti dei "cannola".

Cannoli SicilianiIl cannolo da Guinness dei primati del 2003 è di un pasticciere di Piana degli Albanesi: 4,3mt, 130Kg. di ricotta e zucchero, 15Kg. di cioccolato fondente a pezzetti, 5Kg. di canditi a base di scorze d'arancia e ciliegie rosse. La notizia di questa preparazione così stravagante è giunta perfino sulle pagine di riviste di gastronomia americane. Marco Tullio Cicerone (106-43 a.C), oratore prestigioso e interprete della cultura latina, nonché questore siciliano e console romano, cita tale golosità come: “Tubus farinarius, dulcissimo, edulio ex lacte factus” ossia: "cilindro a base di farina, molto dolce, preparato con latte buono da mangiare". Secondo le usanze siciliane, i cannoli dovrebbero essere offerti agli amici e ai parenti nel numero di dodici o multipli. Sembra che a proposito di dolci simili al cannolo lo stesso Brillant Savarin, sublime meditatore della “Fisiologia del Gusto”, abbia detto: “Il Creatore, obbligando l'uomo a mangiare per vivere, lo invita con l'appetito e lo ricompensa con il piacere”.

Persino un Sacerdote-Poeta palermitano nel 1635 esalta in un'ottava la magnificenza del cannolo con le seguenti metafore: “Beddi cannuola di Carnilivari…Su biniditti spisi li dinari…Megghiu vuccùni a lu munnu un cinn’è…Ogni cannòlu è lu scettru di ogni re…Lu cannòlu è la virga di Mosè. (belli i cannoli di Carnevale/i denari sono ben spesi per acquistarli/miglior boccone del mondo non c’è/ogni cannolo è lo scettro di un re /il cannolo è la verga di Mosè). Il cannolo, quindi, nato come dolce di carnevale, diviene l’immancabile squisitezza siciliana di tutto l’anno. Il cannolo, al plurale "cannola", prende il nome da canna (rubinetto) e dal nome volgare (latino) dell'arbusto "canna" (Arando donax) con fusto cilindrico vuoto e nodoso, anticamente usata per vari usi ordinari. Il cannolo, uno scherzo sicuramente da preti, nato in un dimenticato monastero e successivamente propagato dalla pasticceria palermitana, faceva uscire da un rubinetto (cannolo in siciliano, il termine molto antico e riscontrato in documenti che attestano il significato d'internodo della canna che serviva da cannella per abbeveratoi e fontane) invece dell'acqua, crema di ricotta. Nel palermitano, dove il dolce è nato, sono notissimi i "cannolicchi", dalle dimensioni di appena un dito. Il cannolo ha avuto una tale fama che persino l’etnologo Giuseppe Pitrè (alla fine del 1800) scrive così: “mai più gradito di qualunque altro cibo carnevalesco è il cannòlu, boccone ghiotto di popolani, di borghesi e di nobili, desiderato da poveri e da ricchi”. Il cannolo è un cialdone pieno, una pasta dolciastra fritta e tenerissima, accartocciata a forma di grosso cannello o bocciuolo, che si riempie di una squisita crema di latte, zucchero, cioccolata, pistacchio ed altri simili ingredienti. Senza cannòlu che cosa è il banchetto carnevalesco se non un mangiare senza bere, un murare a secco, lo stare al buio in una conversazione? ..i cannola si trovano in vendita presso i dolcieri tutti e si mandano in regalo ad amici e parenti in grandi piatti da dodici, da ventiquattro, da trenta e più. Il substrato, anzi il grosso del piatto è formato dalla medesima pasta dei cannoli, a forma di turbante, detta perciò testa di turcu, le cui ripiegature sono ripiene della medesima crema. Il cannolo è l’ultima portata, è la corona del pranzo carnevalesco”.
LA RICOTTA

La RicottaL'ingrediente principe della pasticceria siciliana.
Il cannolo, la cassata, la crostata, i ravioli, gli sfinci e tanti altri simboli della pasticceria siciliana, sono tutti dolci accomunati da un ingrediente principale: la ricotta di pecora. Essa, infatti, è uno dei vanti degli allevatori siciliani, i cosiddetti “picurara”, che la offrono calda agli ospiti di prestigio. Il nome deriva dal termine greco recoctus, un latticino ottenuto dal riscaldamento del siero rimasto dopo la lavorazione del formaggio e posto in una grande pentola di alluminio, anticamente di rame, detta “quarara”. Alla temperatura di 60° viene aggiunto nella quarara circa il 10% di latte intero. Il liquido viene mescolato con un bastone, o meglio con una sorta di scopa detta “zubbu”. Raggiunta l’ebollizione, il fuoco viene spento e le albumine del siero, coagulandosi, salgono in superficie insieme al grasso rimasto. Il coagulo che si forma viene asportato mediante degli attrezzi filtranti (tradizionalmente con un mestolo bucato, la cazza) e posto all’interno di recipienti forati, detti “fasceddi”, oggi di plastica ma un tempo costituiti da giunco o da altri rami di arbusti locali.
La ricotta va consumata fresca, entro i due giorni. In commercio esistono principalmente ricotte di latte vaccino, mentre la ricotta di pecora viene abitualmente consumata nelle vicinanze dei luoghi di produzione e non viene commercializzata con la rete della grande distribuzione. L’avvento delle tecnologie per il largo consumo ha inevitabilmente apportato delle modifiche alle tecniche artigianali di produzione di questo prodotto, tant’è che oggi risulta piuttosto difficile assistere a un processo tradizionale dove si utilizza il fuoco di legna per riscaldare la quarara di rame e dove il pecoraio ricorre agli antichi e tipici attrezzi. La ricotta può anche essere conservata mediante salatura e stagionatura (circa 2 mesi) su apposite tavole, in modo che perda liquidi e umidità. Il prodotto finale che se ne ricava è la ricotta salata impiegata soprattutto come condimento da grattugiare sulla pastasciutta. Particolare è la “ricotta infornata” che si ottiene trasferendo, dopo circa due giorni, la stessa in recipienti di porcellana imburrati e cosparsi di pepe nero macinato. Il tutto viene poi infornato e cotto a 180/200 gradi per circa mezz’ora.
LA CASSATA

La Cassata SicilianaLa cassata siciliana è un vero trionfo di golosità che sintetizza il miscuglio d’arte e fantasia cromatica dei pasticcieri. Essa è da sempre regale alla vista per i suoi colori, per la forma circolare perfetta che richiama antiche simbologie magiche e perché fa pensare al sole sorgente di vita e di rinnovamento. Per tutti questi motivi e per molti altri ancora, la cassata è diventata nel tempo un simbolo di cerimonia e di festa, il dolce della Pasqua. Nata, infatti, come dolce pasquale, essa racchiude in sé magnifiche influenze arabe e barocche. La cassata è un dolce palermitano di origine araba, ha un nome che deriva da “Quas' at” cioè “ciotola rotonda-scodella rovesciata” (per la forma originale).

Il dolce ha subito nel corso dei secoli le influenze delle varie dominazioni che si sono succedute nel dominio della Sicilia. Durante il dominio arabo il miele è sostituito con lo zucchero di canna di cui gli arabi sono egregi importatori. Durante la dominazione spagnola, invece, viene introdotto una specie di pane soffice che, farcito con la crema di ricotta, dà vita a un dolce a più lunga conservazione. Questo pane è l'antenato del cosiddetto “pan di spagna”. La dominazione Normanna, d’altro canto, apporta delle modifiche soprattutto per quanto riguarda la parte esterna, introducendo un impasto piuttosto consistente per dare sostegno al dolce. Questo impasto è composto da mandorle in polvere e zucchero, la cosiddetta pasta reale, così denominata perché viene servita come dessert alla corte dell'allora Re; persino l'utilizzo della frutta candita nasce in questo periodo.

Intorno all'anno mille, al culmine della dominazione musulmana, nel palazzo dell'Emiro, alla Kalsa di Palermo, i cuochi di corte si sbizzarriscono a unire sapori e colori. Il miscuglio d'ingredienti e l'accostamento di gusti opposti richiamano, infatti, le caratteristiche della cucina saracena. Sono famosissime le cassate confezionate nell’antico monastero Valverde di Palermo e vengono persino definite "indispensabili nelle feste pasquali" in un documento approvato durante il sinodo di Mazara del 1575 (cap. XXI pag.IV). Durante il Barocco siciliano la cassata viene addirittura ornata con dei fregi sul bordo realizzati con ghiaccia reale, ossia una montata di albumi d'uova e zucchero. Oggi la cassata viene prodotta e consumata abitualmente tutto l'anno ed è conosciuta ed esportata in tutto il mondo. Le suore dei monasteri e i cuochi dei nobili casati sono i depositari dei suoi segreti tant’è che tale pietanza viene inserita con il termine proprio di "cassata" nel vocabolario siciliano-latino scritto da Angelo Senisio, abate del monastero di San Martino delle Scale nel XIV secolo. La cassata è una torta a più strati composta da pan di spagna, ricotta, glassa, pasta reale e frutta candita.
Talvolta viene accompagnata da cioccolato che, unito al sapore della ricotta, crea un contrasto dal retrogusto sofisticato e irresistibile. La cassata al forno, invece, è rinomata in tutto il mondo, come creazione di uno dei tanti pasticcieri palermitani che hanno saputo trasmettere il loro estro creativo in qualcosa di semplice ma sublime. La Casa del Dolce produce con abile maestria cassate deliziose, delicate e coloratissime da vendere ed esportare direttamente in Italia e all’estero, conservate in confezioni create ad hoc per una corretta salvaguardia del prodotto durante il tragitto. La cassata della Casa del Dolce è un’armonia di sapori unica. Ad alcuni, come la frutta di marzapane, può sembrare eccessivamente dolce, ma grazie all’abile maestria del pasticciere e fondatore, sa emanare sensazioni davvero uniche al palato.
LA FRUTTA MARTORANA

Frutta MartoranaLa tradizione dolciaria siciliana affonda le proprie radici nei secoli passati fino a giungere al medioevo. Né è un esempio tipico la frutta di martorana che nasce durante il periodo della dominazione normanna. Eloisa Martorana, nel 1193, edifica il monastero dove vengono anche ricoverati i più bisognosi. Le pie monache, mentre curano i bisognosi, preparano dei dolcetti squisiti a base di mandorla e zucchero. Tuttavia la nascita della vera frutta di martorana avviene durante un periodo di carestia, durante il quale i molti ricoverati del monastero, non avendo nulla da mangiare, vengono nutriti con questo impasto. E’ con un idea brillante, quindi, che le monache decidono di ingannare anche l'occhio forgiando con la stessa pasta la frutta vera di cui in quel momento c'era scarsità. Questa pratica, passata la carestia, diviene un lavoro quotidiano, tanto che per paura che le monache dei vari conventi si allontanassero dalla pratica religiosa per dedicarsi di più alla preparazione di questi dolci, il Sinodo Diocesano di Mazara del Vallo nel 1575 è costretto a proibire la fabbricazione di pasta reale. In tal periodo gli strumenti e l’arte della panificazione sono a vantaggio per lo più dei monasteri che si distinguono gli uni dagli altri per la realizzazione di prodotti dolciari davvero unici. Frutta MartoranaLa frutta Martorana è un classico e facile esempio legato alla produzione del convento delle Suore benedettine della Martorana a Palermo. Tale monastero realizza i primi frutti, prodotti pregiati con ingredienti di base quali lo zucchero e la mandorla. Da qui ha origine, quindi, lo stesso nome, e col tempo i frutti di marzapane si diffondono e vengono, per imitazione dei pasticceri sparsi nell’Isola, appositamente preparati per alcune ricorrenze, in particolare per la commemorazione dei Defunti, occasione per farli trovare ai bambini quale “regalo dei morti”, da loro lasciati durante la notte. Col tempo, e secondo le tradizioni locali, questa pasta assumerà forme diverse, tra le quali anche le tipiche pecorelle per la Pasqua.

Frutta MartoranaAnticamente l’impasto è composto da mandorle crude pestate (tipo farina) e unite allo zucchero. Leggermente asciutto e, dopo una delicata cottura, il tutto viene sistemato in appositi stampi; i “fruttini” vengono poi sfornati e dipinti con colori vegetali per renderli simili al frutto vero da imitare. La pasticceria La Casa del Dolce ne ha fatto un suo cavallo di battaglia tanto da ottenere, grazie all’abilità manuale del suo pasticciere, una forma perfetta, un colore realistico, una pasta morbida e aromatica. La pasta di mandorla viene definita anche pasta reale e si confeziona con mandorle sbucciate, raffinata con zucchero, essenza di limone e vaniglia per poi realizzare le forme più varie. Secondo la leggenda, l’aggettivo “reale” risale al tempo di Ferdinando, re delle Due Sicilie, al quale vengono offerti dolci, pupi di zucchero e frutta Martorana allora proibiti: si tramanda che da quel momento in poi i Siciliani hanno appreso l’arte di confezionare e consumare queste produzioni tipiche. Frutta MartoranaA questa leggenda si affianca ovviamente la storia: in occasione di un banchetto tenutosi nel 1308 in onore del papa Clemente V, vengono portati sulla tavola due alberi carichi di frutta: fichi, mele, uva, prodotti di pasticceria realizzati appunto con la pregiata pasta di mandorle. Nonostante i monasteri rimangano i detentori originali delle vecchie dosi e degli antichi preparativi, tuttavia i pasticcieri siciliani hanno ormai raggiunto un livello di maestria tale da rendere la loro produzione di una qualità estremamente raffinata. Il titolare, nonché primo pasticciere de “La Casa del Dolce”, produce e realizza da anni la frutta martorana pezzo per pezzo, plasmando con la sua abilità manuale delle forme di pasta reale non solo legate ai frutti, ma anche ai prodotti gastronomici e culinari. Ne sono un esempio le fantastiche immagini qui riportate che uniscono l’arte dolciaria alla meravigliosa base cromatica.
LE PIPARELLE

Le PiaparelleIl settore della pasticceria siciliana risente molto dell’influenza araba e greca. Anticamente i dolci erano poco diffusi tra il ceto popolare, il loro consumo era legato a ricorrenze particolari o a feste tradizionali e religiose. Nelle famiglie più ricche si preparavano i piparelli, dolce fatto con elementi ricchi quali mandorle e zucchero (veniva riservato per le occasioni speciali o per la preparazione di caramelle da utilizzare in caso di tosse e raffreddori) e miele (anche se molto diffuso tra i contadini, veniva riservato per la preparazione di dolci). Le piparelle sono dei prodotti tipici della Sicilia orientale e della Calabria e sono ancora legati ad antiche ricette e tradizioni. La Casa del Dolce, nella persona del suo abile maestro pasticciere F. De Pasquale, seleziona meticolosamente con amore e con cura i prodotti genuini da utilizzare nella preparazione delle piparelle, raffinate e squisite dolcezze, vere e proprie delizie. Sono ottime da servire all’ora del tè oppure a fine pasto, come da antica tradizione, con vino passito di Pantelleria, malvasia di Lipari o zibibbo.
Tale dolce è noto anche come “Pipareddhi” ed è a forma di fettine di pane. La preparazione implica la tostatura delle mandorle, dopo averle pelate e sbollentate, la tritura fine e la mescolanza dell’impasto ottenuto con un po' d'acqua fino a ottenere una pasta morbida e liscia. Occorre poi ricavare dei rotoli lunghi, depositarli in una teglia unta e porli in forno molto caldo finché saranno appena dorati. Ancora caldi, tagliarli a fettine e ricollocarli nel forno tiepido per qualche minuto. Gli ingredienti sono tutti accuratamente selezionati come le mandorle, il miele, lo strutto e la scorza d’arancia per conferire al prodotto un gusto ed una fragranza senza eguali. Una croccante scorza superficiale svela un'inaspettata friabilità interna agevolata dalle mandorle morbide e dalla porosità ottenuta grazie ad una sapiente lavorazione e ai giusti tempi di cottura.
LE OSSA DEI MORTI

Le Ossa dei MortiLe “Ossa di morto”, chiamate anche in dialetto siciliano “scaddellini”, sono una specie di biscotto formato da una parte chiara e una scura, quest’ultima messa sopra quella chiara, fatta con la stessa pasta e alla quale viene data la forma di piccole ossa con vari disegni, grazie all’utilizzo di stampe e forme sempre diverse. Gli “’Nzuddi”, “Zulle” nella lingua italiana, presentano due versioni, quelle con le mandorle, più secche, o quelle ricoperte al miele, più morbide. Il loro nome deriva da Vincenzo Bellini come tiene a sottolineare il critico gastronomico Pino Correnti che, facendo ricerche in materia, è risalito al periodo in cui il cigno catanese, all’età di 6 anni, “componeva la sua prima cantica, sgranocchiando questi dolci ai quali in seguito fu dato il suo nome”. Vincenzo Bellini è nato il 2 novembre 1801 e a lui, oltre alla pasta alla norma, dobbiamo attribuire anche questo dolce. Le ossa di morto sono asciutte e croccanti, possono essere degustate con vini e liquori, ma visti i costi e la difficoltà di reperimento dei vini più pregiati, vanno benissimo il vin santo, il marsala o il porto. La mandorla può essere uno dei sapori connessi con tali dolci, altre versioni possono richiedere il limone, l'anice, la cannella o i chiodi di garofano. La memoria dei morti caratterizza l'inizio del mese di novembre: il due é consacrato alla commemorazione dei defunti, introdotta dai benedettini nel X secolo. In passato numerose usanze erano collegate a questo giorno particolare. Si pensava che i defunti tornassero alle loro case, perciò si cambiavano le lenzuola, affinché potessero riposare bene dopo il lungo viaggio.
Ai morti bisognava preparare del cibo, un catino d'acqua per lavarsi e occorreva il fuoco acceso per scaldarli dal gelo della notte e della morte. La sera si recitava in loro memoria il rosario. Si rinunciava alla carne e si promuovevano questue per i più poveri. In alcune località si offriva del granoturco alla chiesa; lo si metteva all'asta e il ricavato serviva alla celebrazione di messe in suffragio dei defunti. E’ proprio in quei giorni che venivano preparati i dolci chiamati "oss da mort", traducibile sia con “ossi da mordere” sia con “ossi da morto”, come suggerisce la forma. Alcune di queste usanze sono sopravvissute fino al 1950. Gli Ossi da Morto hanno in realtà un sapore e un aspetto decisamente in contrasto col nome alquanto funebre. Nel mese di novembre si regalano spesso accompagnati alla frutta martorana. Ancora oggi La Casa del Dolce rimembra le antiche usanze, sfornando delle ossa di morto profumate, fragranti e deliziose in memoria del periodo dei defunti e, unendole alla frutta martorana e ai torroncini al cioccolato bianco e nero, prepara delle piccole confezioni regalo per i propri clienti, soprattutto come omaggio emblematico per i bimbi e per i ragazzi.
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